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Gli anni del padre

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7-Dwarf-at-Auschwitz

Gli anni del padre

Sinossi
di Stefano Veneruso
 
Corrado, un giovane israeliano ebreo ortodosso, poco più che ventenne scopre all’improvviso, che il padre, da sempre desiderato, non è morto ma che, al contrario, si è creato una nuova famiglia in Italia. La decisione di Corrado è inderogabile: pur di conoscere e recuperare suo padre, si dichiara disposto a rinunciare persino alla figura protettiva di sua madre Rosa.
Come può un tranquillo e religioso ragazzo scivolare, senza rimedio, nel baratro della propria colpevolezza? Metafora della rabbia repressa che non può non esplodere nell’odio e nella rivalsa, senza causare dolore.Suo padre, Sebastiano, è più che mai in fuga dal proprio passato, dalle proprie umili e sconfessate radici, motivato dalla ricerca di un’esistenza illusoriamente migliore. La sua vita tipicamente borghese, confortata da una seconda famiglia per lui ormai indispensabile, sembra proteggerlo inconsciamente da ogni senso di colpa, quindi da sé stesso. A quale prezzo o condizione Sebastiano è disposto a riconoscere ed accettare, dopo tanti anni, il figlio volutamente “dimenticato”?
I frequenti incontri clandestini col padre si rivelano, per Corrado, un’autentica tortura, vissuta in una sorta di sottile, lacerante gioco reciproco di accettazione e repulsione, sfida e indifferenza, speranza e negazione. Ma, poco a poco, Corrado si ribella a tutto ciò: lucidamente, decide di vendicarsi della protervia e dei continui ricatti morali paterni, ben consapevole, del resto, di dover rinunciare anche agli affetti in cui voleva credere e per i quali era disposto a lottare senza tregua né ipocrisia.
E’ questa, dunque, una storia sulla vendetta che non diventa catarsi, bensì apoteosi della colpa; la storia di un giovane “ordinario”, mite, timido e, di fondo, disperatamente assetato d’amore. Un tesissimo percorso interiore, follemente sospinto sull’orlo di un vuoto incolmabile. Ovvero, l’orlo estremo: metafora di un padre accecato dal proprio smisurato egoismo ed orgoglio e da insondabili paure, se non da un innato, feroce cinismo.                  
               
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